Associazione Araldi Madonna Addolorata


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30 agosto 1923

Incoronazione 1923 > Tappe incoronazione

30 agosto 1923

 
In mattinata butto giù il programma definitivo insieme a Vitali, Eusepi e don Luigi Sartori.
Attesa inutilmente risposta dal cav. Politi di Milano per il giorno della consegna della corona.
Dopo questo sommario di notizie sarebbe stato bello poter proseguire il presente diario, ma il succedersi vertiginoso delle faccende e delle cose lo ha reso impossibile e il ricordo di tante fatiche servirà di incitamento a ben fare anche in seguito.
 
Il 31 agosto giunse un telegramma del cav. Politi, che annunziava che sarebbe arrivato il 2 settembre con la corona. Tardò ancora qualche giorno, ma finalmente giunse il prezioso gioiello. Sul principio parve un po’ grande per la nostra Regina; eravamo abituati a vederla con una corona più piccola, ma poi ci si accorse che le donava solennità e maestà. Il gioiello fu oggetto di vera e sentita ammirazione.
E si moltiplicarono le adunanze, le intese; fu diviso il lavoro e furono stabilite le mansioni che alcuni avrebbero dovuto sostenere.
Per le corse e per i fuochi artificiali avrebbero pensato i sigg. Fioretti, Falleroni e Salta.
Per la banda: Eusepi, Vitali, Franceschini, Fransesini e Amici.
Per gli alloggi, il sig. Natali Sante.
Per i globi, Perugini e Nardi.
Per i festoni ecc. ecc., Regni, Santi e Conticiani.
Per la chiesa pensò a tutto il clero, che giunse dove anche altri bisogni ne richiedevano l’opera.
Ma c’era una spina: non si trovava il cardinale.
Già avevano risposto negativamente il card. La Fontaine, Patriarca di Venezia e il card. Siri.
Il conte Pocci aveva detto la terribile parola: E’ impossibile! Non ci pensate più!
Rassegnarsi dunque?
Mons. Vescovo e gli altri, quasi in massa, erano di questo parere. Alcuni male intenzionati e poco conoscenti delle difficoltà di trovare il cardinale mugugnavano, facendo anche delle insinuazioni maligne nei riguardi del clero e di mons. Vescovo. Fu per far quietare quei petulanti e per giocare l’ultima carta che il povero sottoscritto decise di rifare la quarta volta il viaggio a Roma e volle la compagnia di un secolare, perché fosse testimone per vedere che tutto era stato tentato.
Lo accompagnò il Vitali.
Che giorno fu, non ricordo e mi sarebbe caro fissare sulla carta quel giorno fatidico. Si camminò assai. Prima dal card. Laurenti; era già impegnato. Poi dagli emin.imi Sega, Vico e Ranucci de’ Bianchi: erano fuori. Non c’erano in Roma che gli Em.mi Bellot ed Ehrle. Quest’ultimo era più prossimo. Andammo. Era nell’imbrunire di una giornata di stanchezza e di disillusione. Quel caro vecchio ci ricevette, ci disse un Sì così amabile, così cortese, così di cuore che per tutta la sera non si trovava modo di dare sfogo all’intimo gaudio che traboccava dal cuore. La fatica, i piccoli incidenti, la sete, gli incomodi, tutto cadeva e spariva davanti ad una parola: L’abbiamo trovato! Archimede non deve essere stato molto più felice di noi dopo al sua famosa scoperta. Due telegrammi portarono subito la notizia a Tuscania e allora (e lo vedemmo il giorno seguente) una nuova vita e un nuovo fervore pervase gli animi di tutti.
Era la prima volta che un porporato rientrava le porte della vetusta città dopo che i nostri antenati avevano visto succedere vescovi ai cardinali nel governo della Diocesi. Furono fatti stampare appositi striscioni per annunziare ai paesi vicini la venuta dell’illustre Principe della Chiesa; furono fatte le correzioni ai manifesti e dal quel giorno non si pensò che ad essere degni di un tanto ospite.
Intanto a San Giovanni fervevano i lavori per l’impianto elettrico alla macchina, eseguito dal sig. Emilio Mencarelli, coadiuvato da Raimondo Ragonesi.
Al duomo il cav. Cartoni parava con sontuosa eleganza la cattedrale e i forestieri mettevano già quel senso di allegria che è tutta propria delle feste importanti.
Il 14 settembre fu diramato un invito per il 15 a tutte le associazioni per intervenire al ricevimento ufficiale dell’Emin.mo e degli Ecc.mi vescovi di Montefiascone, Civitavecchia, Tarquinia, Acquapendente e del nostro amatissimo presule.
Il sig. Pretore, per lutto di famiglia, trovandosi forestiero, delegò il cancelliere a rappresentarlo. Le altre autorità erano al completo.
Descrivere lo spettacolo imponente e grandioso, l’entusiasmo, il delirio dei presenti? Non è possibile. Mons. Vescovo Emidio Trenta, che era venuto per le comunioni generali, preparate con un novenario di prediche di R.P. De Poletti S.J., ripartì per Viterbo per ossequiare l’Emin.mo che doveva giungere col treno. Alle 15 giunsero quattro automobili con l’Emin.mo, il cerimoniere, mons. Giuseppe Calderari e i dignitari che erano andati ad incontrarlo.
Prestavano il servizio d’ordine i RR. Carabinieri e la banda cittadina intonò la marcia reale, mentre un fragoroso battimani salutava il florido vegliardo che scese dall’auto e, circondato e seguito dalle associazioni e dalla folla, avanzò benedicendo fra due ali di popolo che lo acclamò fino all’episcopato.
Nella loggia egli parlò, ringraziò, benedisse e poi si ritirò e tutta la gente godè i prodromi dell’intima gioia dell’indomani.
 





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